#1 Come as you are

Kurt Cobain
Posted by alepa Category: ogni passo

ogni passo_0001 (Large) (2)1994. Avevo 12 anni, portavo jeans sformati e improponibili camice a quadri di flanella scacciamaschio. La mia più grande passione era il basket, ed ero piuttosto brava nonostante i miei 145 cm di altezza. Mi chiedo come sia possibile che la musica oggi sia diventata la mia ragione di vita. Anche se a casa si ascoltava buona musica, tra gli scaffali dei dischi comparivano di tanto in tanto oscuri figuri. Fra il vinile di Abbey Road dei Beatles, Sex Machine di James Brown e Le più belle canzoni di Mina, faceva capolino Eterna Malattia del cantante e conduttore televisivo spagnolo Bertìn Osborne e 1100 Bel Air Place di Julio Iglesias. Cicatrici indelebili, nonostante un duetto di Julio con Diana Ross.

A 7 anni pianificai lucidamente una fuga senza preludio dalla lezione di pianoforte. Dopo 3 mesi di lezioni, sono scappata a gambe levate dall’ interrogazione di solfeggio. Crome e semiminime si mescolavano sullo spartito in una danza selvaggia come pupazzetti indemoniati. Mi hanno ritrovato dopo ore dentro un cespuglio di bosso nel giardino e ho giurato che mai più avrei suonato in vita mia. Ho detto con la mia vocetta stridula da bimba: “La musica mi fa schifo!” Non era vero. Mi piaceva cantare, ma non lo sapeva nessuno, forse nemmeno io. Cantavo quando ero sola, a squarciagola, mi faceva sentire libera. Registravo sulle musicassette le canzoni che mi colpivano di più alla radio e schiacciavo convulsamente rewind/stop/play per tirare giù i testi in un inglese molto asganaway.

A 10 anni mi sono esibita per la prima volta in pubblico. I miei compagni di classe mi hanno costretta a cantare al karaoke l’unico brano che conoscevo a memoria, Imagine di John Lennon. Le mani mi tremavano così tanto che il microfono oscillava come un pendolo impazzito. La voce no. Finito il pezzo avevo tutto il condominio davanti a me in silenzio e mio padre che mi fissava fra il perplesso e l’orgoglioso.

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A 11 anni ho avuto la mia iniziazione alla pop music anni ’90 con il Festivalbar.  Nord sud ovest est degli 883, The rhythm of the night di Corona e Sure dei Take That vi dicono nulla? Imperversavano le prime boy band e la dance più coatta resa accattivante da voci femminili potenti e melodiche. Karaoke + boy band + dance coatta: l’inizio della fine. Al jukebox del baretto in piazza al mare, in Calabria, non si sentiva altro che quelle canzonette paracule. Si impossessarono di me in un lampo, tanto da farmi spendere le mie sudatissime cinquemila lire di paghetta per il disco degli 883. Ogni musicista ha dei peccati inconfessabili. Dovreste apprezzare la sincerità. Di lì a poco il Festivalbar sarebbe stato un lontano ricordo, anche se ignoravo ancora del tutto che il 1994 sarebbe stato l’anno di Grace di Jeff Buckley, dell’ Unplugged in New York dei Nirvana e di Catartica dei Marlene Kuntz. Intanto mi innamoravo del mio compagno di banco mentre lui era strafidanzato con una ragazza più grande e non mi filava per niente, un classico. Fantasticavo baci sotto la pioggia e teneri abbracci. Piacevo ai ragazzi, ma solo a quelli che non mi piacevano. Un classico anche questo.

Un bel giorno di primavera apparve in classe una di quelle chitarre classiche insuonabili da cinquantamila lire con le farfalline stilizzate intorno alla buca. Lo so che ve le ricordate! Il mio amore segreto suonava un riffettino in fondo all’aula, nel delirio più totale della ricreazione, ma io riuscivo ad isolarlo da tutto il resto, sentivo le note, una ad una e lo guardavo immobile. Il suo ciuffo mi solleticava il cuore e il cuore pompava ormoni. Due corde, niente di più facile. “Che me lo insegni? Dai voglio provare!” Ci riuscii subito. Mi veniva facile. “Come si chiama questa canzone?” Come as you are dei Nirvana. Dai… Kurt Cobain!” Cominciai ad esercitarmi tutti i giorni, a tutte le ore, suonando di nascosto la chitarra che era stata regalata a mia sorella maggiore per natale, finché Nevermind comparve sulla scrivania il giorno del mio tredicesimo compleanno, spazzando via la mia pubertà e segnando l’inizio della mia adolescenza. Le camicione a quadri nasconditette erano finite in fondo al cassetto e facevano spazio ai jeans stracciati, alle magliette con la spalla tagliata da un lato, al kajal nero sotto gli occhi.

Suonare era come respirare ed è allora che ho scelto di essere come sono.