#2 Zombie

Strawberries
Posted by alepa Category: ogni passo

Ale smemo 2 (Large)1995. Quell’anno è stato forse uno dei più appassionati e sorprendenti della mia vita. Avevo fatto outing chitarristico in famiglia. Cominciavo a pretendere di essere accompagnata ai concerti e la gente in paese mi guardava incuriosita sfrecciare in bici con un chitarrone grande il doppio di me sulle spalle. Oggi è normale che una ragazza suoni e scriva canzoni. Le cantautrici vivono e si moltiplicano intorno a noi come i baccelloni de L’invasione degli ultracorpi o i marziani verdi di Mars Attacks! Ma allora, a San Nicola La Strada, provincia di CE, c’ero solo io, una piccola E.T. in cerca di casa.

Nonostante gli apprezzabili sforzi di mia sorella per accompagnare con il girodidò ogni canzone del Grande Libro Sacro della pop music, intuii ben presto che esistevano altre forme di vita oltre al do maggiore – la minore – re minore – sol settima. Galeotto fu anche mio fratello, che si faceva pere di Ligabue e Litfiba dalla mattina alla sera. Un giorno mi feci coraggio e misi piede in un negozio di spartiti a Caserta, per la precisione, a Corso Giannone. Un buchino delizioso di cui non ricordo il nome e che non esiste più. Gli occhi mi cascarono immediatamente su un libretto nero della Carisch con su scritto in giallo radioattivo Le più belle canzoni di Ligabue. Mi ritrovai a sfogliare quelle paginette con la stessa vibrante emozione dell’archeologo che per la prima volta aprì la porta della tomba di Tutankhamon. Suonavo dall’alba al tramonto, ogni minuto libero che avevo, infilando il libretto incriminato fra le espressioni di algebra e le poesie di Pascoli, e anche se mi piaceva cantare non avevo mai pensato di unire le due cose. Sembra paradossale ma è così. Forse suonare mi permetteva di tirare fuori le mie emozioni senza espormi troppo.

Dopo un anno intero passato nella mia stanza a suonare e viaggiare ascoltando dischi meravigliosi, mi ritrovai in mano una fintafenderstratorossa. Così cominciò la mia carriera di chitarrista elettrica nana nel mio primo gruppo, i Feedback. Eravamo in cinque. Il più grande, Fausto, aveva 16 anni, suonava la chitarra e aveva una testa da far invidia a Jimi Hendrix. A lui devo il mio amore incondizionato per i Beatles e tanto, tanto altro. Poi c’era Luca, il bello, giocatore di basket e chitarrista ritmico, costretto per la causa ad imbracciare il basso e cantare. E Yari, batterista dodicenne tarantolato che soffriva già di bipolarismo pop/heavy metal. Il gruppo durò una stagione. Suonavamo i Nirvana, gli Offspring e i Cranberries. Facevamo le prove nel garage di Luca. Disegnai a caratteri cubitali il nome del gruppo su un pannello gigante di legno e tappezzammo le pareti di contenitori per le uova per insonorizzare. Non era proprio il massimo, da fuori si sentiva tutto. Effettivamente suonavamo a volumi allucinanti, ma devo dire una volta per tutte che sta storia delle uova non funziona! Ecco. L’ho detto. Torniamo a noi. Finché si trattava di fare i Nirvana o gli Offspring, Luca cacciava degli urlacci punkettoni e andava bene così. Il problema era Zombie dei Cranberries. Non veniva mai. Mai. Cazzo, era difficile da cantare. Dopo infiniti e ripetuti tentativi, alla domanda “Chi la canta questa?” improvvisamente tutti mi fissarono. “Io non canto. Cioè non ho mai cantato. Non lo so come viene.” “Dai provaci! Sei femmina, la puoi cantare solo tu, a Luca viene dimmerda.” Dopo il primo giro di chitarra, il fill di batteria e il famosissimo riffetto ficcante, appiccico la bocca al microfono e in un magma di volume emetto… “Another head hangs lonely…” e poi incalzo con “Zombie zombie zombie-e-e-e-o!” La canzone finisce. Tutti zitti. Non vola una mosca. Ci guardiamo. Ho pensato che stavano per buttarmi fuori. Finalmente Yari rompe il silenzio. “Ok Luca, da oggi canta Ale.”Ale chitarrina oriz (Large) (2)

Finiti gli esami di terza media mi aspettava come al solito la mia estate calabrese. Calopezzati, un minuscolo paesino sul mar Ionio, in provincia di Cosenza. Adoravo andare lì. Tutti gli anni aspettavo che la scuola finisse per partire e rivedere i miei amici, ritrovarsi cresciuti, con un anno in più sulle spalle. Una cartina tornasole del cuore, una bussola degli affetti. Alle tre di pomeriggio, nel silenzio più totale della siesta calabra, pari solo a quella messicana, accesi la televisione per guardare Mtv. Dolores O’ Riordan mi apparve in tutto il suo splendore, completamente dorata e sotto una croce. Oro sul viso, oro sul corpo, catene al posto dei capelli, d’oro naturalmente. Angelica e demoniaca al tempo stesso. Irresistibile. Un’illuminazione in tutti i sensi. E così, ormai irreversibilmente devota al rock, pellegrinavo di sera in sera da un falò all’altro, nei locali, in piazzetta, suonando “Iniorè” a grande richiesta.

Quello che fino a pochi mesi prima era stato solo nella mia testa adesso lo percepivano anche gli altri. La musica che avevo dentro aveva trovato spazio per volare e orecchie per sentire.