#3 Confusa e felice

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Posted by alepa Category: ogni passo


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. Confusione e felicità sono forse le parole più rappresentative della mia adolescenza. La felicità di scoprire e scoprirsi. La confusione in cui ti getta la vita quando stai crescendo e ti viene a bussare alla porta con le sue domande e le sue risposte sempre aperte. Il passaggio dalle scuole medie alle superiori fu particolarmente brusco. Con le medie si chiudeva un ciclo vitale che ricordo tra i più belli della mia esistenza. Quel sentirsi grandi essendo ancora piccoli. Quel saltare il fosso senza paure. Quella beata sana incoscienza. Forse è stata colpa del primo giorno di scuola del IV ginnasio. La professoressa di lettere faceva l’appello scandagliandoci come un fondale marino, cercando di riconoscere la figlia del notaio, il  nipote del primario. “Parisi… e tu chi sei?” Per fortuna ero solo la figlia di Anna e Giovanni, lontana dalla vita già borghese e il futuro precotto dei miei compagni di classe. Suonare è sempre stato il mio modo per dire al mondo “sono diversa”, nel bene e nel male,  e non per sentirmi speciale o fare l’alternativa. Sono cresciuta in fretta. Un po’ mi ci ha portato la vita, come per molti, un po’ la musica, che mi ha insegnato prima di tutto a sentire, regalandomi un approccio tattile al mondo, come quando irrazionalmente le dita si preparano a toccare il legno della tastiera per suonare un accordo.

Ormai ero diventata bravina, mi accompagnavo alla grande, viaggiavo da sola. Di quell’anno ricordo la prima clonazione della pecora Dolly, la tragica morte di Lady D. e Carmen Consoli a Sanremo in pantaloni di pelle nera e telecaster honey blond (con annessa inspiegabile vittoria dei Jalisse). Chi diavolo era quella ragazza mora col viso di porcellana e la bocca disegnata alla Betty Boop? Rimasi incollata allo schermo. Si sa, la Consoli si ama o si odia. Io la amai da subito, per quella sua complessa semplicità, per la sua femminilità androgina e il coraggio di cantare un brano così lucidamente folle su quel palco. Carmen aprì un varco, un passaggio, mi indicò la strada dicendomi “anche noi ragazze possiamo scrivere canzoni, cantare l’amore e il nostro tempo in un modo nuovo, con la libertà degli uomini ma senza rinunciare alla nostra sessualità.” Le ragazze cattive in quegli anni sbocciavano come fiori ed io li raccoglievo lungo la strada. UrIavo tutta me stessa attraverso l’energia prorompente di Jagged Little Pill di Alanis Morrissette, esploravo i chiaroscuri del rock con la voce di Skin degli Skunk Anansie e sfidavo i miei limiti imparando dalla vocalità creativa di Elisa al suo primo disco, Pipes & Flowers.

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L’anno successivo partecipai al mio primo concorso “Cento strade per una sola canzone”. Si suonava in giro per la città e nelle frazioni, su palchi improvvisati, piccoli e grandi, nelle feste dei rioni, nei giardinetti, nelle piazze. Una sorta di percorso a ostacoli per raggiungere la finale e il prestigioso palco della Flora, proprio accanto alla Reggia. Fu una bella scuola. Anche se si trattava di suonare tre o quattro pezzi a sera, è stata un esperienza preziosa. Ho cominciato a vivere e comprendere cosa significasse avere davanti un pubblico vero. Niente amici o parenti. This is the real life, con le sue gioie e i suoi dolori. Ricordo una delle prime esibizioni da sola, in piazza Vanvitelli. Indossavo un abito di seta iridescente verdeblu troppo stretto per contenere il battito del mio cuore e un paio di tacchi troppo alti per i miei quindici anni. Sfoggiavo la mia prima chitarra acustica, non a caso una yamaha nera apx.

ogni passo_0016 (Large)E adesso mi tolgo un sassolino dalla scarpa. Un paio di giorni dopo quella esibizione arrivò una telefonata a casa. Ero in giro a cazzeggiare in vespa, come al solito, e non c’erano i cellulari. Cioè, non è che non esistevano. Diciamo che noi comuni mortali non ce l’avevamo, era una cosa da ricconi. Rientro per cena. Mia madre e mia sorella con sguardo serissimo e occhio lucido mi chiedono di sedermi sul divano. Mi preoccupo. “È successo qualcosa?” “Siediti.” “Ok, ma non fate sta faccia che mi preoccupo sul serio.” “Respira.” “Ok.” “Ha telefonato Carmen Consoli.” “Cheeeeeeeeeeeeeeeeeee?” Ora, quello che la cantantessa ha detto me lo tengo per me, perché è giusto cosi. Lo so, state rosicando, fatemi cambiare idea. Ma la domanda chiave dopo tutti questi anni è “Carmen, eri proprio tu o mi sono fatta le seghe mentali fino ad oggi?”

Comunque sia andata, alla Flora ci ho suonato, il concorso l’ho vinto, ma soprattutto, dopo quella telefonata, più confusa e felice di così non mi potevo sentire.