#4 Please, please, please let me get what I want

Io e Caserta ok
Posted by alepa Category: ogni passo

the-commitments1 (Large)1999. Avete mai visto The Commitments di Alan Parker? In fondo è un film strano. Non ha una trama. È semplicemente la fotografia di un momento. Parla di un gruppo di ragazzi che si emancipano, crescono insieme e diventano persone migliori attraverso la musica in un contesto sociale difficile. Ogni volta che lo guardavo pensavo che non ero poi così diversa da loro, che la periferia di Caserta non era poi così diversa da quella di Dublino. E poi c’era il soul, mi faceva impazzire. Cantare i cori su Mustang Sally di Wilson Pickett mentre spadello in cucina è ancora oggi uno dei miei piccoli, grandi irrinunciabili piaceri della vita. Ormai avevo rotto il ghiaccio e suonavo in più di una band in città. Provavamo in cinque, stipati in un cubo e senza un filo d’aria. Sento ancora l’odore pungente della moquette ammuffita nelle narici, ma eravamo felici. È un’inspiegabile sensazione di benessere totale sentire sotto il sedere la cassa e il rullante della batteria, il basso vibrare nella pancia e le chitarre e il piano illuminare la voce per farti schizzare in volo.

Avevo cambiato scuola. Ero andata via dal prestigiosissimo liceo classico Pietro Giannone di Caserta per “incompatibilità” con la mia insegnante di lettere ed ero naufragata allo Cneo Nevio di Santa Maria Capua Vetere. Il primo giorno mi accolse un uomo pienotto, brizzolato e barbuto, dagli occhi cerulei dolcissimi e la carnagione olivastra. Mi disse solo “qui starai bene, vai in classe.” Il Prof. Munno era il mio insegnante di matematica e vicepreside dell’istituto. Un giorno mi fece chiamare durante una versione di greco. Ancora rido. Mi affacciai sul portico. “Prof che c’è? Sto in piena versione, mi ammazzano se non rientro.” “Alessà scendi giù. Ti devo far vedere una cosa. Cinque minuti!” Aprì le porte di un grande laboratorio mostrandomi un impianto nuovo di zecca. Casse, mixer, microfoni, cavetteria. “Voglio organizzare un bel concerto in cortile. Secondo te sta ‘robb va buon? Non ci capisco niente.” Cantare rock davanti ai miei professori mi fece un certo effetto. Avete presente Johnny Cash in mezzo ai detenuti della Folsom State Prison? Uguale. Il caso volle che quel pomeriggio tra il pubblico ci fosse Antonello Rossi.

ogni passo_0011 ok (Large)Antonello era un mito a Caserta, conosceva chiunque suonasse in città, ma soprattutto era un mangiadischi vivente, aveva una cultura musicale infinita. Rimase molto colpito dalla mia voce. Mi contattò attraverso la scuola e mi invitò a casa sua, incuriosito da questa ragazzetta e la sua inseparabile chitarra. Era stato un inverno freddo ma quel pomeriggio c’era un’insolita dorata luce primaverile. Mi fece un thè e mi portò nella sua camera delle meraviglie. Sugli scaffali c’erano file e file di vinili, cassettiere da speziale piene zeppe di musicassette, cd, e per la mia gioia, una vecchia martin appesa al muro. Cominciò a tirare fuori mazzi di canzoni dal cilindro insegnandomi la regola fondamentale di ogni musicista che si rispetti: “Ale, prima di cantare devi ascoltare! Non puoi elaborare una tua identità musicale se non ascolti chi l’ha fatto prima di te.” Mi propose di fare un provino in uno studio di registrazione a due passi da casa sua. Gli aveva già parlato di me e mi aspettavano. “Ma oggi?” “Si, oggi.” Ero abbastanza nel panico. “Mmhh… Che devo cantare?” “Quello che vuoi. Ci sarà anche un pianista.” Ero così emozionata che ruppi in mille pezzi un costosissimo vaso cinese all’ingresso. Ero mortificata. Se Harry Potter avesse fatto cadere un alambicco fumante contenente l’unica pozione al mondo capace di sconfiggere il male dal tavolo di Albus Silente, sarebbe stato meno grave. Antonello non si arrabbiò. Tutt’altro. Sciolse con un sorriso largo e morbido quella mia goffaggine adolescenziale. Arrivammo ai Four Brothers. Mi sembrava di essere salita su un’astronave. Bottoni, leve, lucine di tutti i colori. Nella sala di ripresa c’era un piano mezza coda luccicante, un microfono Neumann spaziale e delle cuffione appoggiate sull’asta. Le infilai. Erano enormi sulla mia testolina quasi diciassettenne. Era incredibile. Riuscivo a sentire il mio respiro in ogni sua sfumatura, ogni minimo movimento delle labbra e delle ciglia. Cominciai. Mi dissero che ero stranamente a mio agio in studio per non esserci mai stata. Antonello mi riaccompagnò a casa a mezzanotte e da allora i Four Brothers divennero la mia seconda famiglia. ogni passo_0012 (Large) (2)Passavo ore e ore in studio. Assistevo ai missaggi, registravo cori, provavo nuovi strumenti e nutrivo le orecchie, il cuore e il pensiero con i concerti più vari, avendo il privilegio di conoscere da vicino giganti assoluti come Noa, Enzo Avitabile e “il gruppo” di Caserta, gli Avion Travel.

Nel 1999 nacque l’euro mandando tutti in agitazione, si poteva usare un programmino miracoloso per scaricare musica a tutto spiano che si chiamava Napster. Fu una vera rivoluzione. Ma la mia rivoluzione partì l’8 dicembre dal Jarmush di Caserta, un bellissimo circolo arci che ancora r(esiste) e dà voce alla musica indipendente. La sala era gremita di persone, erano venute ad ascoltare il mio primo concerto da sola. Si. Proprio così. Io, la mia voce e la mia Apx nera. Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere le pareti dalle tinte calde, una stampa in bianco e nero del primo piano di Miles Davis che si tiene la faccia con le mani, il giallo ambrato in controluce dei boccali di birra e una coltre di fumo denso che abbraccia la piccola pedana dove sto suonando Please, please, please let me get what I want degli Smiths.

Se il mondo stava cambiando, anche per me era  un buon momento per cambiare.