#5 She belongs to me

Colosseo large
Posted by alepa Category: ogni passo

2b72916e56ce8573524ee94dc4b34637Il 2001 segna l’inizio del XXI secolo ma per me rimarrà sempre l’anno in cui sono diventata maggiorenne. Mentirei se dicessi che erano giorni felici e spensierati. L’Italia era ferita dal G8 di Genova, sconvolta dal delitto di Novi Ligure, tradita nuovamente da se stessa regalando a Silvio Berlusconi il suo secondo mandato come presidente del consiglio. L’11 settembre cadde di martedì. Mi svegliai tardi, solleticata dal ronzio della tv accesa in cucina. Ero ancora stordita e con un piede infilato nei miei sogni. Mi alzai. La luce era calda sul viso. Riuscii ad aprire a stento un occhio. Mi sono seduta al tavolo, come un burattino senza fili e ho bevuto un goccio di caffè dal bricco. Un aereo si schiantava contro un grattacielo in una nuvola di fuoco, fumo nero e polveri. Pensai “Ecco il solito film d’azione americano sborone che piace a mio padre… che palle.” Ma i miei erano in giardino. Strano. Allora cambiai canale ma rividi la stessa scena. Schiacciai il bottone più volte per scorrere i programmi. Realizzai solo in quel momento che quello che i miei occhi ormai ben aperti stavano guardando era reale. A distanza di anni penso di poter dire che il mio passaggio alla maggiore età avvenne quel giorno.

Il mondo era sottosopra. Dentro e fuori. Anche le mie torri gemelle erano crollate al suolo e stavo lì a raccogliere i cocci e salvare il salvabile. Ero inquieta, solitaria, non riuscivo più a trovare un senso e una motivazione ai miei studi. Passavo ore a suonare e scrivere chiusa nella mia stanza, nel mio mondo immaginario fatto di dischi retrò e stoffe vintage. Mi diplomai a luglio con grande fatica e partii per la Calabria. Per la prima volta andai da sola con mia sorella e delle amiche. Sono stati mesi importantissimi, di elaborazione e libertà. Mi sarei iscritta all’università? Avrei fatto il conservatorio? Sarei andata a lavorare? Non ne avevo idea. Nonostante i miei mille dubbi sul futuro cercavo di godere delle piccole cose. Andavo a comprare il pane in bici, passando per un sentiero polveroso abbracciato dai fichi d’india. La linea scintillante del mare mi teneva per mano, tra una pedalata e l’altra, cercando di rispondere alle mie domande con la sua bellezza disarmante. Andavo in spiaggia alle sei, quando tutti erano andati via e rimanevo finché il sole tramontava, finchè la sabbia si tingeva di rosa corallo e l’acqua di argento liquido.

Eccolo. Seduto sui ciottoli, con i jeans arrotolati, i piedi nell’acqua e una chitarra in mano. Mancava da molto tempo al villaggio anche se ci veniva da quando era piccolo. “Ciao!” “Ciao. Tu sei la sorella di…” “Si. Alessandra. Piacere” “Cavolo eri una bambina, ma quanti anni hai adesso?” “Diciotto. Anch’io suono.” “Fammi sentire qualcosa allora. Ma solo se ti va. Detesto suonare a comando.” Non ricordo cosa uscì dalle mie labbra, se Ani Di Franco, Ben Harper o forse Jeff Buckley. Ero troppo impegnata a guardare quanto brillassero i suoi occhi scuri mentre mi ascoltava. La baia ci stava a guardare e il ritmo delle onde faceva da contrappunto perfetto al battito del nostro cuore. Si era da poco laureato in medicina, ma non voleva più fare il medico. Preferiva pizzicare corde, scrivere canzoni e poesie, scattare fotografie a quei minuscoli dettagli dell’universo che nessuno vede. Un pomeriggio ci addentrammo in un campo di grano e cardi bruciati dal sole per fotografare i tronchi degli ulivi secolari e le pietre dei muri a secco. Un piccolo sentiero portava al mare e verso sera ci buttammo in acqua vestiti. Divenni donna, come un interruttore che si accende nel silenzio della notte. Sentivo la vita scorrere nelle vene e il mio corpo cambiare. Allora portavo i capelli lunghi e lasciavo che l’abbronzatura fosse il mio trucco più bello. Indossavo pantaloni di lino color ruggine, un reggiseno a fascia di raso nero sotto una maglia psichedelica con la spalla scoperta.

she (Large)Arrivò il momento di tornare a Caserta. Era doloroso ma necessario. Quell’estate fu un isola felice e piansi tutte le lacrime della mia giovane vita. Cominciammo a scriverci serratamente,  ma non bastava. Non riuscivamo a stare distanti e allora mi decisi. Presi il treno che avrebbe cambiato il mio destino per sempre. Andai a Roma a trovarlo. C’ero stata una volta, ma era tutto così diverso. Mi venne a prendere a Termini col suo motorino bianco sgangherato. Mi strinsi a lui, fra una curva e l’altra, in mezzo al traffico e ai monumenti imperiali. I viali mi sembravano così ampi e ariosi e i platani si inchinavano per salutarci. Tornavo a Roma ogni due settimane. Rimanevamo tutto il tempo in casa, in un piccolo appartamento mansardato a Monte Mario. Bringing it all back home girava a loop nello stereo e l’armonica di Bob Dylan colorava l’aria. Inciampammo nel nostro primo bacio su She belongs to me. Mi disse che Dylan aveva scritto questa canzone per Joan Baez. “She’s got everything she needs, she’s an artist, she don’t look back… She never stumbles, she got no place to fall…” Ascoltai con attenzione il testo. Parlava di me. Mi immaginavo camminare sulla mia strada con passo sicuro. Senza voltarmi indietro e senza avere nessun posto dove cadere.

La città eterna mi apparteneva, irreversibilmente.