#6 Eternal life

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Posted by alepa Category: ogni passo

4566489441_a368b88d17_o2002. Sapevo da sempre che avrei lasciato Caserta. La odiavo e la amavo. Amavo il suo caldo abbraccio materno, ma gli abbracci a volte possono soffocare. L’estate passata aveva tracciato un confine, segnando una profonda diversità fra quella che ero e la donna che sarei diventata. Ce l’avrei fatta a camminare con le mie gambe? Volevo scoprirlo. Volevo sbagliare e perdere il controllo. La mia partenza fu incompresa da tutti. Dalla mia famiglia, dagli amici, tutti spaventati dal mio salto nel vuoto. Troppo amore? Identificazione? Invidia? Incapacità? Non lo so. So solo che certi viaggi si fanno da soli. Eravamo figli delle periferie industriali e della tangenziale, delle piantagioni di tabacco e dei pomodori san marzano, figli dei presepi e del sangue di San Gennaro, dei caseifici e dei maxicinema della camorra, figli dei carabinieri e dei carcerati, dei bar sport e dei morti ammazzati, degli inciuci e del cepu, dell’umida Campania “una volta felix”, figli dei figli degli operai di Vanvitelli. Basta. Volevo scendere.

Lasciai San Nicola la Strada il 16 Ottobre. Era la classica giornata autunnale, nuvolosa e struggente, ma c’era un silenzio di neve intorno. Quel candore che avvolge tutto e fa risuonare anche il più piccolo pensiero. Avevo impacchettato e caricato in macchina tutti i miei tesori; libri, dischi, la mia chitarra naturalmente e quei pochi soldi che avevo messo da parte per la traversata. Mi allontanavo piano e forte dalla terra in cui ero nata e cresciuta, mentre le facce volavano via, con gli alberi, le case e le insegne scritte a mano. Tutto andava e veniva, come le onde del mare. Un mare dentro che lava via le ombre con acqua pulita. Guardavo fuori dal finestrino e giocavo col mio anello di ambra tondo come una maga consulta la palla di vetro in cerca di risposte sul futuro. Ma non c’era nessun nodo alla gola, nessun amo ficcato nel cuore. Compivo questa separazione come un passaggio naturale e obbligato. Nonostante la nostalgia e i ricordi dolcissimi che mi legano indissolubilmente alla mia terra ferita e generosa, ancora oggi penso sia stata la scelta più giusta.

L'arrivo a Roma largeArrivai verso sera nella mia nuova casa. Montesacro, via Valsolda, quinto piano. Un palazzone crema anni 50 con i balconi strettissimi che affacciano su un cortile di altri palazzoni ammassati e mal assortiti. Eravamo in quattro. C’erano altre tre studentesse, tutte terrone, ognuna con la sua tv, il suo ripiano nel frigo, il suo giorno di pulizie. La mia stanza era un quadrato perfetto. Per prima cosa feci il letto, mi sembrava un gesto che “fa casa”. Ci rimasi seduta per qualche minuto, con le gambe penzoloni, circondata da mille scatoloni da aprire. Accarezzavo il piumone morbido, quello con i gabbiani celesti sopra, come per dare un ultimo saluto alla figlia che ero stata. C’era un vecchio armadio traballante. Sistemai i miei vestiti troppo colorati e troppo leggeri per l’inverno che di lì a poco sarebbe arrivato senza bussare alla porta. La vista dalla finestra però non era male, i platani si lanciavano verso l’infinito, saltellando nel blu elettrico del cielo di Roma che si mischiava ai fari rossi e gialli delle macchine sulla Nomentana, come in una tela impressionista. Mi incantai a guardare le foglie che cadevano e intrecciavano danze al passaggio del tram. Scesi per fare un giro nel quartiere e orientarmi meglio. Camminai un bel pezzo lungo la riva dell’ aniene. Infilavo un passo dietro l’altro nei miei stivali rosso corallo, ancheggiando nella gonna lunga anni settanta. Cominciò a piovere e trovai riparo in una di quelle macchinette automatiche per fare le foto. Alzai la testa e mi accorsi che il mio volto era riflesso nello schermo. Mi scrutai, cercando di cogliere un cambiamento. Così decisi di fermare nel tempo il giorno più importante della mia vita. Avevo i capelli nero violino, le labbra rosse e un po’ screpolate dal freddo, il viso di luna con una punta di colore sulle guance, un foulard a fiori bordeaux e un quarzo rosa al collo. Mi misi di profilo. Un bel sorriso e… Click! La mia immagine emerse dalla carta fotografica. La notte invece fu bianca, del bianco delle pagine che dovevo ancora scrivere e Roma mi strinse a se, senza chiedere nulla. Non ho dormito granchè. Le parole del bridge di Eternal life di Jeff Buckley risuonavano nella mia testa. Erano come girandole impazzite soffiate dal vento di tramontana: “Non c’è tempo per l’odio, solo domande. Dov’è l’amore? Dov’è la felicità? Cos’è la vita? Dov’è la pace?”

Quel silenzio di neve si sciolse solo al mattino, mentre andavo sul treno in corsa della mia nuova vita difficile ma finalmente “mia”.