#7 Wishlist

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Posted by alepa Category: ogni passo

2002 – Part II Ero nella capitale ormai da due settimane. L’impatto con la città non fu facile. Roma sa essere una città magica e stimolante ma al tempo stesso durissima ed esigente. Non so dove ho trovato la forza per mantenere questo distacco dalla mia terra, dalle mie abitudini, dalle mie “certezze”. Sicuramente mi hanno aiutato i miei quasi vent’anni e il desiderio viscerale di andare incontro all’ignoto a braccia aperte. Ero lontana dalla mia famiglia, dagli amici e con un amore ormai al tramonto. Ma c’era qualcosa dentro di me, di assolutamente irrazionale, che mi diceva di tenere duro, di sognare più forte. Dovevo cercare lavoro al più presto o la mia permanenza in città sarebbe diventata un breve parentesi. Mi ero proposta come commessa alla Feltrinelli di Largo Argentina, come cameriera in un pub in via di Ripetta, come cassiera in un supermercato bio sulla Trionfale. Nulla. Non andavo oltre la prova. Penso che i miei ipotetici datori di lavoro abbiano percepito la mia inquietudine. Avevo stampato in fronte “Ho bisogno di questo lavoro come il pane ma mi sgancerò appena possibile per dedicarmi completamente alla musica.” Capii subito che avrei combattuto tutta la vita per andare a tempo coi miei sogni. Volare o mangiare? Ok. Avrei cercato un lavoro “normale” ma senza rinunciare per nessuna ragione al mondo ai miei concerti. Mi avevano detto che a San Lorenzo c’era un bel fermento musicale e si suonava parecchio. Non avevo un demo e così facevo il giro dei locali con la chitarra in spalla; entravo, mi presentavo, suonavo un pezzo e se gli ero piaciuta mi davano una data.

Ottobre stava finendo, con i suoi tappeti di foglie, le sue nebbie sottili e i suoi venti gelidi. Un pomeriggio decisi di tentare l’ennesimo colloquio. Mi infilai la mia inseparabile giacca di pelle nera consumata, misi in tasca tutte le mie speranze e andai da Your Music, un negozio di strumenti musicali in via dei quattro venti, a Monteverde. Fui accolta da una parete intera di chitarre sospese nel vuoto, tutte in fila, tutte colorate, come sinuose e seducenti donne nude. Rimasi in piedi all’ingresso per qualche minuto con la bocca aperta. Natale era vicino e c’era un gran via vai di gente. I commessi giravano vorticosamente da un cliente all’altro in una nuvola di suoni indistinti. Non trovai un lavoro ma qualcosa di più prezioso. “Da dove viene questa musica?” La seguii senza accorgermene, come un naufrago ammaliato dal canto delle sirene. Schiena larga, ricci neri, spalle forti. È tutto quello che riuscivo a intravedere nel gabbiotto delle chitarre elettriche da duemila euro in su. Passavo e ripassavo davanti alla vetrata. Ero curiosa, volevo dare un volto al mio pifferaio di Hamelin dalle mani di velluto. Mi decisi ed entrai lentamente, attaccata al muro come una lucertola. Rimasi in silenzio, lui continuò a suonare per almeno dieci minuti. Il suo busto si inarcava ad ogni nota, vibrava con ogni corda. Sapeva che ero lì, mi sentiva respirare piano, ascoltare, esserci. Si girò di scatto, quasi a rubarmi un segreto e mi guardò al fondo, proprio lì, dove finisce la terra e comincia il mare. Sapeva già tutto di me e niente. Scoprii due occhi accesi di un verde impreciso, un sorriso caldo e maschile incorniciato da una barba scura. “E tu chi sei?” “Oh scusa. Ti disturbo? Posso rimanere ad ascoltarti?” “Certo che puoi.” Continuammo a parlare. Gli raccontai che avevo appena lasciato il paese e che ero venuta a Roma per suonare. Che strana sensazione, era come se ci conoscessimo da sempre. Fui stupita dalla facilità con cui riuscivo a confidarmi con un totale sconosciuto. Ma ero impazzita? “Chi diavolo è questo? Lo conosco da cinque minuti e avrà almeno vent’anni più di me.” Ma c’era una vocina dentro di me che mi diceva di fidarmi. Aveva visto meglio di chiunque altro la mia ala spezzata mentre l’altra sbatteva velocissima, pronta al decollo. Ci siamo persi di vista un attimo. Ci siamo ritrovati in un attimo. Abbiamo fatto l’alba davanti al Colosseo a raccontarci una vita intera stringendoci le mani. Gli ho cantato il mio amore prima che fosse amore.

Ci siamo abbracciati forte sotto l’acqua. Abbiamo ballato scalzi sulla vita come pesci rossi finalmente liberi, scambiato le stagioni, rovesciato il cielo per riempirci di stelle. E un giorno abbiamo girato il timone e ci siamo staccati dal molo. Oggi siamo ancora qui e siamo sopravvissuti. Non dimenticherò mai quel natale. La mia ala stava guarendo.

Guardai l’albero illuminato, la stella in cima brillava così forte e pensai “Vorrei essere fortunata, fortunata come me.”